venerdì 11 gennaio 2013

Alcuni magi vennero da Oriente...

Con tutta probabilità, nel comporre questa pagina, Matteo, che scrive ai cristiani di provenienza giudaica, si ispira alla pagina dell'Esodo, in cui si racconta la nascita di Mosè e il terrore suscitato nel faraone, e a quella del libro della Genesi circa la nascita di Giacobbe e la conseguente paura dell'antagonista Làbano. Erode, a cui viene data notizia che è nato il futuro re dei giudei, è preso da terrore, come il faraone e Làbano, e mette in azione un piano di sterminio per sopprimere il neonato, ma inutilmente, perché Dio, che vigila sui suoi eletti, interviene a stornare la minaccia. Il racconto intende evidenziare il parallelismo di Gesù con Giacobbe, padre del popolo eletto, e con Mosè, liberatore delle tribù d'Israele. Ne emerge la tesi teologica secondo la quale Cristo sta all'origine del nuovo popolo di Dio, la chiesa, che egli libera e salva quale nuovo Mosè. Con ciò Matteo introduce il motivo della realizzazione profetica di una promessa dell' AT e lo inserisce nel contesto della sua apologia della messianicità di Gesù, costruendo un brano denso di riflessione teologica, i cui motivi dominanti sono il confronto polemico con i giudei e la maturazione della fede della sua comunità.
Egli non descrive, come Luca, la nascita di Gesù, ma gli sta a cuore scoprime il significato recondito, la vera identità del bambino di Betlemme: egli è il messia atteso, lo prova il fatto di essere venuto alla luce proprio a Betlemme. Nella risposta dei capi giudaici ad Erode, che aveva chiesto dove doveva nascere il messia, Matteo congloba in un'unica citazione un passo messianico del profeta Michea (5,1) e un testo del secondo libro di Samuele (5,2), che parla dell'elezione divina di Davide a re d'Israele. Tutto tende a mostrare il parallelismo perfetto tra Gesù e Davide: stessa città di origine, stessa ascendenza giudaica, stessa missione di capo del popolo. Lo prova anche
l'apparizione della stella, che nel giudaismo la si interpretava come simbolo messianico.

Sarebbe logico attendersi che il popolo d'Israele riconoscesse il suo messia, invece Gesù è stato rifiutato proprio dai suoi, che giungeranno persino a condannarlo a morte. È sintomatico che Matteo associ alla reazione di Erode "tutta Gerusalemme". Il destino di persecuzione di Gesù e della sua comunità è qui illustrato in modo estremamente efficace. Ma, respinto dal suo popolo, il messi a è riconosciuto dai lontani, come già aveva previsto il profeta Isaia (60,6): sono i pagani, personificati dai magi, che hanno accolto il lieto messaggio entrando nella chiesa, nuovo popolo di Dio, che sostituisce Israele ed è aperto a tutti gli uomini. In Gesù e nella sua chiesa si realizzano le profezie:

Gesù è sì messia d'Israele, ma è anche salvatore dei lontani, degli esclusi, degli incirconcisi. L'atto di prostrazione dei magi non è che il riconoscimento di fede dei credenti venuti dal paganesimo. I doni che essi offrono a Gesù sono l'omaggio che gli rendono quale Re (oro), Figlio di Dio (incenso) e Messia crocifisso e sepolto (mirra).

Con questa pagina Matteo non intende tuttavia offrirei una notizia storica, ma solo una rappresentazione plastica tematica:

1) accogliere o respingere Gesù è un fatto libero;

2) l'uno porta alla vita, l'altro alla morte;

3) la via di Gesù passa per Israele, ma va oltre;

4) il bambino della mangiatoia al quale conduce la stella è in modo impressionante in condizioni ordinarie;

5) la nostra speranza consiste nel sapere che Dio incomincia ad operare per mezzo di questo bambino.

Per mezzo di Cristo si compie l'epifania (= apparizione, manifestazione) di Dio in un modo nuovo: l'incarnazione di Cristo è un'apparizione nascosta della gloria di Dio, che alla fine dei tempi si mostrerà in maniera svelata.

L'epifania del Signore è il nostro vero Natale.

Padre Rodolfo, Frati Cappuccini - Rovigo

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