venerdì 21 dicembre 2012

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme ...

I principali esegeti affermano che questo brano del vangelo di Luca adombra i principali misteri cristologici: paternità e figliolanza divina, morte e risurrezione di Gesù. Questo brano sarebbe, in definitiva, una meditazione anticipata sulla passione e sul mistero di Cristo, ma nello stesso tempo indica la fatica dell'uomo ad accogliere il mistero di Dio nella sua storia concreta. Maria aveva già
accettato, con il suo "sì", il mistero di Dio incarnato nella storia, almeno nella sua implicazione globale; in questo episodio, tuttavia, Maria sperimenta la fatica, come tutti gli uomini, di accettare che il mistero di Dio, accolto genericamente, sia diverso da come ce lo aspetteremmo. È anche la nostra fatica, perché anche noi abbiamo difficoltà ad accettare che la Chiesa sia com'è, che Gesù Cristo si sia mostrato in quel modo e non diversamente, che la nostra vita non sia come la vorremmo. Il brano ci porta dunque ai limiti del segreto personale di Maria, ma ci è anche di grande aiuto e ci invita a non disperare quando le cose non vanno secondo i nostri piani: se la nostra fatica ad accettare che il mistero di Dio sia diverso da come ce lo aspetteremmo, è stata anche la fatica di Maria e di Giuseppe, se anche lei e il suo sposo Giuseppe sono passati per questa prova, allora possiamo camminare nella fede più forti e fiduciosi.

"Trascorsi i giorni (della festa di Pasqua), il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme". È Gesù che rimane; non è lui che perde di vista i suoi genitori, sono piuttosto i suoi genitori che perdono di vista lui. Si tratta certamente di un gesto intenzionale. "Senza che i genitori se ne accorgessero".
Non ci è difficile immaginare Maria madre premurosa, eppure proprio a lei capita quello che non dovrebbe capitare ad una mamma: lei non sa che il suo ragazzo è rimasto a Gerusalemme semplicemente perché non lo conosce! In genere le mamme conoscono da che cosa i loro figli sono attratti e sanno dove possono essere andati quando, sfuggendo alla sorveglianza, sono scappati. In
questo episodio, pur con tutte le attenuanti, Maria e Giuseppe non ci -fanno proprio una bella figura.
Sembra che Maria e Giuseppe abbiano perso l'insieme della situazione, non hanno capito la forza di attrazione che il tempio esercitava sul loro figliolo, non hanno quindi pensato alla possibilità che fosse rimasto a Gerusalemme, tanto che, pensandolo nella comitiva, lo cercano tra i parenti e i conoscenti, prima di decidersi a tornare a Gerusalemme. Forse qui, in questo episodio, più ancora che ai piedi della croce, Maria appare in tutta la sua umanità, ma anche in tutta la sua grandezza:
soffre, è criticata, si sente smarrita, chiede un aiuto che nessuno può darle, si sente in colpa. Quando poi fmalmente lo trovano nel tempio, si sente persino rimproverare da Gesù: "Perché mi cercavate?". Di solito avviene il contrario: se una mamma perde il suo bambino, tocca a lei rimproverarlo.

La domanda di Gesù, per quanto sconcertante, deve farei riflettere, perché c'è un cercare Gesù che è sbagliato, come quando pretendiamo che Dio agisca secondo la nostra idea e non secondo il suo disegno, oppure quando ci adoperiamo per trovare la chiarezza della nostra vita, l'assicurazione che siamo sulla strada giusta, la soluzione dei nostri problemi. Anche il cercare di Maria e Giuseppe, pur mossi dall'amore per il loro figliolo, è ~ cercare sbagliato: infatti non hanno capito dove cercare e lo hanno trovato solo dopo tre giorni, nel tempio, il luogo della manifestazione di Dio, il primo pensiero che avrebbe dovuto venirgli in mente. "Al vederlo restarono stupiti". E alle parole di Gesù, dice l'evangelista, "essi non compresero ciò che aveva detto loro". È la parola che Luca usa per l'incomprensione degli apostoli di fronte a Gesù, che spiega loro come il Figlio dell'uomo dovrà soffrire (9, 45; 18,34). Indica il nostro annaspare di fronte al mistero della morte e risurrezione di Gesù, la fatica dell'uomo ad accogliere Dio nella storia concreta, perché è più facile accettarlo nella sua divina totalità, nella sua astrattezza che in una storia diversa da come noi la vorremmo. L'obbedienza a Dio è accettare che si riveli nella concretezza di questo Gesù crocifisso, umiliato, di questa Chiesa debole, povera, di questa comunità, di questi figli, ma anche di questa mia mente con le sue ottusità, di questo mio corpo con le sue malattie, di questa mia fede con tutti i suoi dubbi e i suoi ostacoli. Vorremmo sempre trovare Dio altrove, come Maria e Giuseppe, che cercavano Gesù nei posti sbagliati, e così perdiamo il punto della situazione storica reale.

Obbedire a Dio significa però riconoscere che anche una ricerca che è solo affanno e non una ricerca vera può essere grazia e un suo dono, perché è solo passando attraverso questa esperienzache possiamo capire qualcosa di molto importante per noi, e cioè che si perde il Signore con il peccato, ma lo si può anche perdere come l'hanno perduto Maria e Giuseppe: si perde Gesù perché egli vuole perdersi. "Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme": è lui che rimane, senza avvertire i suoi, che forse avrebbero fatto delle storie. Ma Gesù rimane a Gerusalemme perché prima del bene particolare dei suoi genitori c'è la volontà del Padre: "Non sapevate che io devo occupartni delle cose del Padre mio?" Quando penso di aver perduto il Signore, non è lui che mi ha lasciato, ma sono io che l'ho lasciato, perché voglio che resti con me, mentre lui deve andare dove la sua carità lo chiama. C'è un voler bene al Signore che non è sempre un vero volergli bene. Noi siamo fatti così, tendiamo a fissare ciò che possediamo, e siamo tentati di comportarci così anche con Cristo, non ci accorgiamo che, come Maria e Giuseppe, avanziamo su di lui solo diritti. Quando lo trattiamo così, lui se ne va, senza chiedere il nostro consenso, senza direi nulla, perché, allontanandosi, ci costringe a cercarlo e, dopo averlo trovato, ad aprire gli occhi e accorgerei ch'egli è diverso da come l'avevamo fissato. Quand'è così, il perdere è solo un modo di avere: noi avremo il Signore non quando lo costringeremo a tornare con la comitiva a Nazareth, ma quando, dopo averlo cercato, lo avremo trovato là, dov'è il suo posto, nella casa del Padre suo, proprio l'ultima cosa che ci viene in mente. Solo allora Gesù tornerà con noi a Nazareth e l'avremo sempre davvero con noi, anche se, come Maria e Giuseppe, forse continueremo a non capire. Di solito si propone la famiglia di Nazareth come modello di virtù e di santità, ma ci si dimentica che la famiglia di Nazareth era una famiglia come tutte, con i problemi che ci sono in tutte le famiglie, comprese le famiglie cristiane, problemi che sono innanzitutto e soprattutto di rapporti interpersonali: Gesù non deve essere stato un figlio facile, e quanto narratoci da Luca, che sicuramente ha ascoltato il racconto dalla viva voce di Maria, non è che un eloquente esempio. Se la famiglia di Nazareth è un modello per le famiglie cristiane, lo è proprio per i  problemi e le difficoltà che ha dovuto affrontare, ma anche per la fede umile di Maria e di Giuseppe, che non capivano quel figlio così difficile, e nonostante tutto lo hanno amato e, fmo alla fme, hanno ripetuto il loro "sì" a Dio, anche nei momenti in cui la sua volontà era impenetrabile e loro non capivano.

Commento di Padre Rodolfo Frate Cappuccino del Convento di Rovigo

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